concorso IMMAGINA – Basta questo a fermarci? di Franco Frola
Alla quarta imprecazione, finalmente, il motocoltivatore era partito. Era sempre così, quasi tutte
le mattine. La prima probabilmente serviva solo per scaldarsi perché la diceva quasi sottovoce
infilandosi i duri guanti da lavoro; le altre invece venivano dette ad alta voce mentre impugnava
la corda per la partenza a strappo ed erano spesso accompagnate da un calcio ben assestato alla
bestia di metallo che non voleva saperne.
Il terzo strappo, normalmente, era quello decisivo e da quel momento la scena era dominata dal
rumore assordante del motore a scoppio del Bertolini, vecchio arnese di un azzurro arrugginito
che faceva pena.
Io me ne stavo prudentemente un po’ in disparte, sia per non ostacolare la complessa messa in
moto sia per evitare che qualche calcio sfuggisse nella direzione sbagliata: zio Bertu aveva
compiuto da poco ottant’anni e la vista non era più quella di una volta. Ma la forza no. La forza
era quella di un cinquantenne allenato da anni di duro lavoro nei campi. Il cinquantenne ero io,
ma nonostante l’abbonamento in palestra, sembravo al suo confronto l’anziano.
“Non bisogna avere rimpianti” questa era la frase che mi aveva detto Anna, la mia compagna,
solo pochi mesi prima e mi era suonata strana.
“Io vivo di rimpianti” gli avevo risposto. Se avessi fatto, se avessi detto, se fossi andato, se avessi
chiesto…questi erano i tarli che trapanavano le mie notti insonni. Come si fa a non avere
rimpianti? Bisognerebbe essere sicuri di sé, forti nelle decisioni e certi nelle scelte. E anche un
po’ ottusi e convinti di essere sempre dalla parte della ragione.
Però c’era del vero nella frase di Anna. A cinquant’anni che cosa devo ancora aspettare? Cosa
devo ancora rimandare? Fra cinque anni, fra dieci anni, quando andrò in pensione non sarà
meglio di adesso, non sarà più facile.
E allora uno dei miei tarli ho deciso di affrontarlo.
Non posso lasciare andare in malora la casa di Castelnuovo.
Ci hanno abitato i miei nonni, ci ha vissuto mia mamma, ho passato lì da bambino delle estati
indimenticabili. Con zia Delfina portavamo al pascolo le dieci pecore ottuse e ci fermavamo a
raccogliere mirtilli e lamponi che mettevamo in fragili cestini fatti di foglie di castagno
intrecciate. Qualche volta, a fine agosto, mi portava nei boschi in posti segreti, che solo lei
conosceva, dove negli anni fortunati riempivamo la cesta di teneri porcini, raccolti con cura,
quasi con amore.
Adesso quella casa, disabitata, fa pena a guardarla. Le sue imposte scrostate e l’intonaco
sbrecciato sembrano chiedere aiuto; la porta sbilenca è incredula che nessuno la curi con una
mano di vernice o con un restauro in legno.
Eppure era viva, era piena di gente e di passione; dentro quelle mura sono nati bambini, si sono
festeggiate comunioni e matrimoni, si è pianto di gioia per la fine delle guerre o per il ritorno di
un figlio. Adesso aspetta la sua fine, come la fine dei suoi ultimi vecchi, sempre più stanchi,
sempre più cadenti.
Non potevo lasciarla finire così. Troppi erano i ricordi che mi legavano a lei, troppa la nostalgia
per le persone che mi avevano voluto bene e aiutato a crescere. Non volevo un altro rimpianto,
non dovevo rimandare un’altra volta.
Non è facile rimettere in sesto una casa vecchia di secoli e disabitata da anni. Ci vogliono risorse,
ci vogliono idee, ci vogliono persone e ci vuole tempo. Ma prima di tutto ci vuole volontà e
questa non mi mancava, nonostante i contrattempi, nonostante i ritardi, nonostante i problemi.
Adesso che il lavoro è finito, adesso che la vecchia casa è diventata la prima casa, adesso che
anche i terreni incolti che la circondano hanno ripreso a vivere, bisogna saperla curare, bisogna
saperla mantenere.
Per questo sono qui, con zio Bertu, per cercare di rubargli qualche segreto del suo sapere. Fare
un orto, coltivare un po’ di grano o di mais, non è facile per chi ha sempre fatto lavoro d’ufficio.
Ma Bertu, imprecando e faticando, sa fare tutte queste cose e io sto imparando, giorno per giorno,
fatica su fatica, germoglio su germoglio.
Proprio ieri Luca, mio figlio di venticinque anni, mi ha chiesto: “Papà, perché non mettiamo
anche delle arnie? Un mio amico a Ceva ha aperto una gelateria e vuole provare a fare il gelato
con il miele al posto dello zucchero”.
“Perché non sappiamo niente di api” gli ho risposto.
“E basta questo a fermarci?”
“No Luca, non basterà”