concorso IMMAGINA – Una vita, di Gianni Giacosa

Non ricordo bene che cosa avrei voluto fare quell’estate, ma ero giovane, mi annoiavo un po’, il lavoro l’avevo appena perso, prospettive non ne avevo. Non so bene neanche come e cosa sia successo. Però un giorno ho detto a mia madre che me ne sarei andato per un po’ nella sua casa di campagna, a fare cosa non lo sapevo per niente, mio padre mi aveva detto che poteva essere una buona idea togliersi un po’ da lì, tanto nel suo lavoro, operaio in una fabbrica chimica, non avrei potuto aiutarlo e a casa, un modesto appartamento come tanti di tanti altri che anni prima avevano abbandonato le loro case di campagna per insediarsi finalmente nella civiltà delle città, con risultati tutt’altro che ottimi, a casa, dicevo, non c’era neanche spazio per fare qualche cosa di utile, a chi poi.

Sono partito. Una piccola valigia, perché contavo di stare via poco tempo, qualche libro, una piccola cassetta di attrezzi, soprattutto di falegnameria perché sono sempre stato bravo come falegname, chissà, forse nella vecchia casa ci sarà da fare qualche lavoretto, ed eccomi là, di fronte a quei muri un po’ scrostati, a quei bellissimi archi in mattoni a vista, a quel portone che mi è sempre piaciuto tanto, solido, con tutte quelle scanalature verticali che lo rendevano prezioso e particolare, almeno ai miei occhi, con sopra quella lunetta ricamata per la luce nelle scale. Per un attimo ho pensato che avevo di fronte la casa più bella del mondo. Pensare che la conoscevo da sempre, da quando bambino ci passavo tutta l’estate.

Ho aperto, sono salito. Al silenzio subacqueo dell’androne si è aggiunto il freddo deciso delle stanze mentre improvvisi ricordi mi hanno subito avvolto. Ho aperto le finestre e l’orto e il giardino mi hanno rimandato voci e sensazioni di un passato che ancora avevo conosciuto e che lì non era più. Mi sono guardato intorno e tutto di quella casa mi diceva qualche cosa.

Dei passi, una voce, ed ecco che il presente si è fatto sentire dal fondo della scala. La vicina, vecchia compagna di giochi, con i suoi saluti e le sue domande: già, perché qui?

Nella piazza ho trovato quasi tutti gli altri del paese. In città per trovare qualcuno devi andare al bar, i soliti quattro amici, tanti estranei, qui tanti e tutti conosciuti. E poi si parla… delle stagioni, ecco, ma molto delle semine o della legna, cioè di qualcosa che conosci, che fai con le tue mani, che ti coinvolge interamente, non di cose che fanno altri e di cui tu sei al massimo spettatore.

Dopo le inevitabili domande sul lavoro, che lasciano i sottintesi del futuro, del che cosa pensi di fare, del che cosa farai, qualcuno comincia a ricordare la fatica del lavoro in campagna, il trattore, la motosega, sì, ma la fatica resta e le incognite sono sempre tante: i più, infatti, si sono cercati un altro lavoro e sono diventati i cosiddetti operai-contadini, la terra non ti rende a sufficienza.

Eppure mi si è insinuata la domanda: perché non vivere in un paese, questo dei miei avi, ma a fare cosa, poi? Guardavo tutti quanti, gli uomini, le donne, i bambini, pochi per la verità. Non avevo mai pensato di poter vivere in un paese, ma forse era possibile, sì, ma in che modo?

Impensabile solo con il lavoro della terra, io avrei potuto contare su ben pochi campi, ma poi era un mestiere che bisognava saper fare e io…

Tornato a casa alcuni giorni dopo ne ho parlato con i miei. Persino a me sembrava un’idea bizzarra, eppure qualcosa lo avevo pensato: per la casa non si presentavano difficoltà, per il lavoro avrei potuto fare l’artigiano: il falegname, mi ci sentivo portato, ero bravo, anche se dovevo imparare moltissime cose, ma un amico di papà avrebbe potuto insegnarmi.

Mi sarei aspettato maggiori resistenze, invece soprattutto mio padre ha colto al volo un senso che nel suo lavoro, fatto di quantità di sostanze chimiche da aggiungere l’una all’altra senza neanche sapere se e a che cosa sarebbero servite, mancava totalmente.

Non è stato facile. Per alcuni anni ho lavorato di fatto come garzone di bottega, ma intanto mi sono sistemato meglio la casa, ho iniziato il lavoro dell’orto, mi sono circondato di animali da cortile e soprattutto ho preparato la mia falegnameria, scoprendo la grande diversità delle stagioni in campagna rispetto alla città.

Adesso che sono passati tanti anni mi sembra quasi impossibile che sia successo tutto ciò che è successo. Se fosse adesso lo rifarei? Non lo so. Ora sono tempi diversi, forse è più difficile ancora vivere in campagna, forse, per certi versi, ora è più vantaggioso.

Cosa farà il mio nipotino? Mio figlio ha fatto scelte diverse rispetto a me, di tipo più intellettuale, che lo hanno portato inevitabilmente a vivere nelle città. Ma a volte lo guardo e sento in lui qualcosa che senza dubbio lo collega al mio mondo, un mondo fatto intanto di cose che si toccano con mano, anche se lui ha scelto di toccare le cose con mano diversa.

Non mi pento di nulla, ho scelto ed ho vissuto. Come mi era sembrato bene un’estate che sono ritornato qui e nella quale ho abbozzato il mio futuro.

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