concorso IMMAGINA – Terra Viva, di Lara Pellerino
Dopo anni vissuti in città, tra lavoro frenetico, relazioni superficiali e una crescente
sensazione di vuoto, Bianca, trentacinquenne architetta ambientale, decise di trasferirsi nel
piccolo borgo rurale, abbandonato dai giovani e dimenticato dalla modernità, dove aveva
trascorso momenti indimenticabili della sua infanzia e adolescenza.
In lei era forte la necessità di una rinascita personale, il bisogno di ritrovare la propria
identità più profonda, che affondava le radici nella memoria. Questo desiderio finalmente
esplose al punto da farle trovare il coraggio di abbandonare la sicurezza di un lavoro ben
avviato, per trasformare la terra dei nonni in un luogo di vita, di educazione e di cura, non
solo per la natura, ma anche per le persone.
“La terra che educa”. Un pensiero che suonava risuonava e, come un’eco, rimaneva nella
sua mente, talmente impossibile da ignorare, da diventare per Bianca un dovere dargli un
seguito concreto.
La sua, quindi, non era una fuga, ma una scelta consapevole. Bianca voleva recuperare le
tradizioni contadine della sua famiglia e dare un nuovo significato alla parola progresso.
A Natale si era fatta il regalo della vita, quello per cui per quindici anni aveva fatto sacrifici,
risparmiando non solo denaro ma anche relazioni, sposandosi con la solitudine: aveva
ricomprato la vecchia cascina dei nonni! Era stata venduta sedici anni prima a una famiglia
inglese che l’aveva trasformata in un bed and breakfast di lusso con piscina.
Tatuato nella sua memoria, il ricordo di quel giorno: gli inglesi avevano guardato con
stupore quel piccolo gioiello tondeggiante, domandando “What… nocciola?” “Mamma
mia, questi non sanno nemmeno cosa siano le nocciole”, aveva pensato Bianca, “le
silenziose protagoniste che sono state la fonte economica della famiglia di papà. Tutto
girava intorno a loro. I miei nonni hanno dedicato la vita ai loro sessantamila metri quadrati
di noccioleti. E ora? Ora, senza i nonni e senza papà, gli zii non vedono l’ora di disfarsi di
una parte così importante della loro vita, senza alcuna gratitudine e senza la minima
attenzione affettiva verso gli acquirenti e le loro intenzioni: importava solo togliersi una
possibile spesa.”
Quel giorno Bianca non l’ha mai digerito. L’assegno ridicolo incassato al posto del padre
era stato subito accantonato nel suo salvadanaio virtuale “Questi sono solo l’inizio… ci
rivedremo”
E così è stato!
La famiglia inglese, per motivi personali, era dovuta tornare in patria e l’annuncio di
vendita era comparso online su un’agenzia che trattava solo immobili di charme. Bianca,
quasi ossessionata, una volta al mese visitava il sito di Villa Bergolo – questo il nome scelto
dagli inglesi – sperando di trovarla in vendita. E poi, un giorno, il sito andò in errore: era
stato chiuso! Con le farfalle nello stomaco, Bianca iniziò a picchiettare freneticamente sulla
tastiera con le sue dita agili, alla ricerca della casa dei nonni… e siii! Finalmente eccola!
In un lampo, senza pensarci troppo, si ritrovava al giorno dell’atto. Ora era pronta a tornare
e a riportare il vecchio cascinale al suo disegno originale, restituendo alla terra l’importanza
e la dignità che hanno sempre avuto per la sua famiglia, una terra che era stata snobbata,
ignorata e abbandonata dagli inglesi.
Bianca era una donna determinata, qualità riconosciuta da chiunque la conoscesse, aveva
sempre raggiunto i suoi obiettivi: le sfide non l’hanno mai spaventata, anzi, l’hanno sempre
stimolata. Voleva una rinascita agricola e culturale, desiderava coinvolgere la comunità
locale e tornare a coltivare in modo sostenibile una terra ormai abbandonata. Voleva creare
una fattoria didattica, un luogo capace di coinvolgere grandi e piccoli, non doveva essere
solo un’attività agricola, ma un luogo di memoria, cura, scoperta e condivisione.
Bianca guidava piano, lasciando che le curve della strada collinare la riabituassero al ritmo
lento di quei luoghi: il finestrino dell’auto era abbassato ed entrava quell’inconfondibile
profumo dell’aria che sapeva di terra umida e foglie secche. La segnaletica era scolorita, il
tempo sembrava essersi fermato, ma non era più lo stesso tempo di prima. E nemmeno lei
era più la stessa.
Le poche volte in cui era passata da Bergolo con l’intenzione di salutare gli inglesi, il cuore
le si accartocciava: non era mai riuscita a oltrepassare il cancello di Villa Bergolo.
Ora, però, il vecchio cascinale dei nonni non sarebbe più stato un bed and breakfast per
turisti in cerca di Instagram, ma una scuola a cielo aperto in cui insegnare ai bambini la
bellezza della terra, il ciclo delle stagioni, la dignità della fatica.
Mentre guidava la sua Ardea-così aveva chiamato la sua amata 500 del 1960- verso la meta,
la mente di Bianca correva felice: tracciava i contorni del progetto che portava nel cuore
da anni, pensava a come riorganizzare la cascina, ristrutturata con un gusto inglese orrendo,
per creare spazi dedicati all’accoglienza di animali salvati, ai laboratori con artigiani locali
per recuperare saperi perduti, agli orti da coltivare con i bambini del paese e dei dintorni.
In cuor suo la speranza era che il progetto potesse crescere e diventare un’attrazione
diffusa, capace di far rivivere la comunità.
Era appena iniziato marzo, la campagna si stava svegliando e Bianca, guardando i campi
incolti, vedeva non ciò che c’era, ma ciò che poteva essere.
Finalmente giunse a destinazione: scese dall’auto, rimase qualche secondo immobile, ad
ascoltare. Nessun clacson, nessuna notifica. Solo il canto di un merlo e il fruscio del vento
tra i noccioli abbandonati.
Non vedeva l’ora di stendere il materassino da campeggio sul balcone per godersi il cielo
stellato che, l’ultima volta, aveva osservato vent’anni prima, in un lontano San Lorenzo,
accanto al suo papà, al quale raccontava le stelle cadenti e descriveva le costellazioni.
Allora era una ragazzina con la testa piena di sogni urbani e la fretta di chi non conosceva
le stagioni. Ora era ritornata con le mani più stanche ma il cuore felice: sapeva che quel
qualcosa che stava cercando esisteva solo lì, tra quelle colline che avevano nutrito i suoi
nonni e, in silenzio, avevano atteso il suo ritorno.
Era pronta a ricominciare!
Bianca salì sul lungo balcone perimetrale che, a parte qualche rinforzo, non era stato
trasformato dagli inglesi. Lì ritrovò la memoria, le radici, l’amore famigliare, la sua storia,
quella della sua famiglia e la storia collettiva di molti: guerre, perdite, emigrazione rurale,
tutto ciò che suo padre le aveva raccontato.
Non era più il B&B di lusso che compariva online. Era di nuovo casa. Quella casa che
aveva visto i suoi primi passi, le ginocchia sbucciate durante le prove in bicicletta, le
nocciole mangiate col nonno, che con le mani nodose le insegnava il mestiere imparando
a distinguere una ad una quelle piene da quelle vuote da scartare. Sentiva ancora il profumo
del pane appena sfornato dalla nonna e ancora vedeva le galline correre e i conigli saltare
per sfuggire al loro destino. Il sogno di rinascita stava finalmente prendendo forma: un
sogno lungo una vita, uscito dal cassetto foderato di nostalgia.
I nonni avevano cresciuto sei figli con il duro lavoro dei campi. Tra loro c’era Fiorino, suo
padre. A tredici anni perse definitivamente la vista. Le nocciole prodotte ogni anno e
vendute alla più grande azienda produttrice di crema di nocciola avevano permesso ai nonni
di mantenere una famiglia di otto persone e mandare il piccolo Fiorino a Bologna, dove
imparò il braille e studiò al ginnasio. “Quando ho lasciato Bergolo” diceva “portavo con
me l’odore della terra bagnata. Non ho mai smesso di sentirlo.”
Ora quella terra tornava a vivere anche per lui!
La terra come radice, la memoria come seme, la collaborazione come linfa.
La mattina successiva, Bianca si era svegliata prestissimo per godere dell’alba, indossò un
paio di vecchi jeans e iniziò a pulire casa che aveva bisogno di tutto, ma soprattutto di un
amore sincero, puro e reale.
I pochi rimasti nel Paese, per lo più anziani, la osservavano con sospetto: nessuno aveva
fiducia in lei, nessuno credeva davvero che ce la potesse fare “Una giovane urbana
internettiana, mah…” dicevano.
A tratti Bianca si sentiva sola, ma arrendersi non era un’opzione. Ogni mattina lavorava
con le mani nella terra: piantava semi, sistemava recinzioni, recuperava attrezzi lasciati
marcire nel capanno.
Aveva già provveduto ad inviare la richiesta per registrare l’attività come fattoria didattica
e inserito un’inserzione sul blog “Radici Future” che parlava del suo progetto.
Poi, una sera di fine aprile, arrivò una mail.
“Buonasera. Mi chiamo Enea. Ho letto del suo progetto in un forum sull’agricoltura
rigenerativa. Ho 35 anni, ho lasciato il mio lavoro da tempo e da allora giro l’Italia cercando
posti veri dove imparare, lavorare e contribuire. Non cerco stipendio. Cerco senso. Se ha
bisogno di mani e di cuore, arrivo.”
Bianca non rispose subito. Rilesse più volte quel messaggio. Non riusciva a distogliere la
mente da quelle due parole: cerco senso. La mattina successiva cliccò il tasto “Rispondi” e
dopo pochi secondi il tasto “Invia”.
Quando Enea arrivò, portava con sé uno zaino, una tenda canadese e un sorriso luminoso.
Era alto, con capelli scuri legati dietro la nuca e occhi che sembravano appartenere a
un’altra epoca.
Si presentarono con una stretta di mano lunga, senza bisogno di troppe parole.
Iniziò a lavorare il giorno stesso, senza chiedere nulla. Ogni gesto era misurato, ogni passo
sembrava conoscere già quei luoghi. Una mattina, osservando un vecchio albero di melo,
disse:
“Questo l’hanno innestato a mano. Vedi il punto? Lo facevano così nel secondo
dopoguerra. Mio nonno faceva lo stesso con le viti che aveva moltiplicato nel giardino di
casa.”
“Anche tu sei figlio della terra?” chiese Bianca.
“No, ma sono stanco di perderla.”
Un’anima affine, antica. Credeva nei valori autentici, rifiutava il consumo rapido e cercava
senso nelle cose vere.
Insieme recuperarono i muretti a secco, ricrearono l’orto sinergico, liberarono il pollaio dai
rovi, pulirono i noccioli, ristrutturarono la vecchia legnaia e realizzarono uno spazio per
accogliere i visitatori: tronchi come sedute, vecchi banchi e una lavagna in ardesia
recuperati dall’abbandonata scuola del paese. Sulla lavagna, Bianca scrisse:
Benvenuti a Casa Fiorino: la fattoria della memoria
“Non è tornare indietro” esternò “è tornare in profondità.”
Bianca e Enea sistemarono la vecchia stalla – che era stata trasformata dagli inglesi nella
sala colazioni – per ospitare animali salvati o abbandonati. Nel corso del mese di maggio,
trovarono abbandonati di fronte al cancello una volta Susi una capra cieca, un’altra Stan e
Onlio due asinelli, ma la famiglia piano piano crebbe accogliendo anche Osvaldo un alpaca
zoppo, Cocca una gallina americana, Jack un gallo cedrone troppo chiacchierone e Gino
un cane da caccia ormai vecchio. Non erano animali da mostrare, ma esseri viventi da
rispettare e accudire.
Ogni bambino in visita avrebbe potuto imparare la differenza tra “possedere” un animale e
“prendersene cura” con rispetto.
Accanto alla stalla sorsero piccole casette per coccinelle e api, con storie e curiosità dipinte
sopra, per insegnare l’importanza di queste minuscole creature.
Vicino all’orto sinergico nacque l’orto dei piccoli: uno spazio dove ogni bambino potesse
piantare un seme, curarlo, dargli un nome e tornare nei mesi successivi a vederlo crescere.
Insegnare che la pazienza è un valore e che la terra restituisce solo se rispettata. Il ciclo
della vita così non si studiava più solo sui libri.
Non poteva mancare la raccolta dei frutti di stagione: un momento condiviso, durante il
quale Bianca voleva raccogliere anche le storie degli anziani del luogo, storie di quando il
grano valeva più del denaro, storie di contadini che un tempo zappavano la terra con il
fucile ancora caldo nell’armadio. I loro racconti sarebbero stati trascritti e appesi, creando
una biblioteca rurale della memoria contadina.
Ogni attività avrebbe avuto un momento pratico, uno di ascolto e uno di racconto: storie di
semi antichi, di raccolti condivisi, di mani sporche e cuori puliti. La campagna non è
arretratezza, ma sapienza, resilienza e futuro.
Poi vennero i laboratori: quello delle farine, per imparare a fare pane e pasta con grani
locali; quello del filo, per insegnare l’arte dell’uncinetto e della tessitura, decorando le
pareti con i centrini realizzati; quello dei colori, per estrarre pigmenti naturali da piante e
ortaggi e dipingere stoffe e cartoncini.
Una parte della casa, grazie alla ristrutturazione fatta quindici anni prima, venne destinata
all’accoglienza di volontari, viaggiatori e studenti desiderosi di sporcarsi le mani e
alleggerire il cuore.
Le regole erano semplici:
Si lavora insieme.
Si mangia insieme.
Si ride insieme.
Il paese continuava a osservare da lontano, ma lentamente qualcosa stava cambiando: una
vecchia contadina portò in dono una cesta di uova e i suoi centrini, un uomo taciturno offrì
un motocoltivatore arrugginito “Era di mio padre” disse “se riuscite a farlo partire, usatelo.”
Le voci correvano veloci. Una maestra del paese vicino li contattò per organizzare una
visita con gli alunni durante i campi estivi di luglio.
Una sera di giugno, il cielo stellato si stendeva su Bergolo come una coperta sottile. Enea,
sorseggiando un bicchiere di buon barbera di una cantina locale, disse:
“Hai creato qualcosa che dura, che resta nella pelle.”
Bianca raccolse un pugno di terra, la strinse tra le mani e rispose: “La terra è la più grande
eredità che abbiamo, perché non è solo nostra: è anche di chi verrà dopo. Voglio recuperare
le tradizioni contadine e dare un nuovo significato alla parola progresso, costruendo una
rinascita agricola, culturale e sostenibile. Spero di riuscire a coinvolgere, con il nostro
esempio, tutta la comunità locale.”
Sotto quello stesso cielo, vent’anni prima, suo papà le aveva raccontato due aneddoti di
guerra che non aveva mai dimenticato e che con grande emozione volle condividere con
Enea.
“Tuo nonno, durante la Prima guerra mondiale, era solo un ragazzino. Una notte, sperduto
in montagna e senza acqua, fu costretto a bere la sua pipì per sopravvivere. Non lo
raccontava quasi mai, quasi se ne vergognasse, ma se non fosse stato per quel gesto, oggi
io non sarei qui. Quando me lo raccontò, sussurrava, come se ancora stesse rivivendo quel
momento, come se ancora avesse sete”
“Durante la Seconda guerra mondiale, invece, i nonni proteggevano i partigiani,
nascondendoli nella cantina sotterranea a cui si accedeva tramite una botola scavata nel
pavimento. Sopra la botola c’era un grande tappeto, e su di esso mettevano la mia culla: un
neonato a vegliare la vita di chi combatteva per la libertà, con la speranza ogni volta che i
nazisti andassero oltre. Il sangue si gelava a ogni perlustrazione. Se li avessero scoperti,
sarebbe finita per tutti. Anche per me”
Enea ascoltava Bianca come si ascolta un fuoco che arde: il coraggio di quei nonni e quello
moderno di Bianca si intrecciavano. Lei combatteva contro la società dell’apparenza, degli
influencer, di TikTok, di Instagram, scegliendo la vita dura e silenziosa della campagna,
scegliendo una vita con radici vere e profonde.
Passarono i giorni e finalmente arrivò la prima visita, la prima Giornata della Memoria
Contadina, la prima vera fioritura del sogno di Bianca.
Il 5 luglio, alle nove in punto, giunse la prima scolaresca. Regalo più grande non poteva
desiderare nel giorno del suo compleanno.
Bambini vivaci e chiassosi correvano nel cortile con le loro scarpe colorate, sembravano
tante piccole farfalle.
La maestra si avvicinò a Bianca.
“Signora, mi scusi… tra i bimbi c’è Leonardo, cieco dalla nascita.”
Una grande emozione pervase Bianca. Senza fare domande, si avvicinò a Leonardo, si
inginocchiò accanto a lui, gli prese le mani e, guardandolo nei suoi grandi occhi grigi,
tremendamente uguali a quelli del suo papà, gli disse con dolcezza “Non perderai nemmeno
un dettaglio, ne sono certa. Tu riuscirai a vedere tutto.”
Mentre Enea intratteneva gli altri dodici bambini con la visita alla stalla, Bianca si dedicò
a Leonardo, raccontandogli ogni cosa: la storia della sua casa, i ricordi, la vita dei nonni,
l’esperienza delle guerre. Lo portò sopra la botola della cantina segreta e gli raccontò
l’aneddoto della culla. Leonardo sorrideva felice e gli occhi di Bianca si colmarono di
lacrime gioiose.
Poi lui chiese piano:
“Il tuo papà quindi vedeva il mondo come me?”
“Sì” rispose lei “Ma lo capiva meglio di tanti altri”
Insieme poi si unirono agli altri bimbi, entusiasti e pronti per la merenda: uovo sbattuto
fresco e gallette integrali fatte in casa, mentre gli anziani del paese erano pronti a raccontare
la loro vita nei campi, decantando quella terra che li aveva tenuti vivi. Per loro non c’erano
diamanti o metalli preziosi, né beni di lusso: c’era solo la Terra.
E che bello, quando le prime manine si alzarono per fare domande, rompendo quel silenzio
denso e attento!
Il cuore di Bianca galoppava felice: sentiva che radici vere stavano crescendo.
La memoria del cuore stava trasmettendo valori, e il suo progetto, che non voleva essere
un elogio della nostalgia, stava prendendo la forma giusta: un ponte tra le generazioni, la
possibilità di ridare alla campagna la sua importanza e identità.
Le storie raccontate da chi aveva coltivato la terra con sudore, silenzio e speranza,
diventavano un messaggio di fiducia negli occhi vivi dei bambini, pieni di gratitudine.
E mentre si avvicinavano all’orto dei piccoli, Bianca ed Enea intonarono una canzone con
cui erano cresciuti, riadattata al loro progetto:
“Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
per fare il monte ci vuol la terra
per far la terra ci vuole un fiore
per fare il fiooore ci vuole il seme…
e quel seme è la memo – ri – a”
Enea si avvicinò a Bianca: “Hai ridato voce a questa terra, e a quelle mani grandi e rugose
che ci hanno permesso di avere tutto ciò che vediamo intorno. La tua terra ha ritrovato la
sua anima.”
A fine giornata, non potevano mancare le foto con la sua vecchia Polaroid: un ricordo per
ciascuno, e per lei la possibilità di appendere quelle immagini ai muri di casa, per iniziare
a scrivere una nuova storia di continuità.
Leonardo, tenuto per mano dalla maestra, si voltò verso Bianca.
“Ora so com’è fatta la tua terra che sento anche un po’ mia” le disse sorridendo “Ci vediamo
a settembre per la vendemmia, allenerò gambe e piedi.”
Bianca rise piano, con il cuore leggero.
Sentiva che il sogno era compiuto: la sua casa era tornata viva, piena di voci, di mani e di
futuro.
Alzò lo sguardo al cielo e sussurrò:
“Hai visto, papà? Il seme è germogliato”