concorso IMMAGINA – La danza delle nocciole, di Giovanni Ollino
Da anni Silvano viveva lontano.
La città lo aveva inghiottito con le sue luci fredde e il rumore costante, fino a
fargli dimenticare il suono del vento e l’odore della terra. Lavorava in un ufficio
senza finestre che affacciavano sul cielo, e la sua vita scorreva in giorni uguali,
misurati da orologi, budget pressanti e scadenze.
Quel periodo della sua esistenza adesso gli sembrava una lunga teoria di giorni
buttati, passati a ripetere gli stessi gesti e riti che apparivano sempre più vuoti,
quasi un modo di vegetare e andare avanti senza chiedersi nemmeno il perché.
Eppure, all’inizio quello stile di vita lo aveva affascinato, nella megalopoli che
attirava gente da tutto il mondo, con i vertiginosi grattacieli luccicanti, le eleganti
insegne tirate a lucido, le tante opportunità, il fermento culturale continuo, e le
immense opportunità lavorative. Ecco, a quel lavoro e a quella carriera che
sicuramente gli piacevano aveva dedicato tanto tempo e tante risorse,
sacrificando cose e persone nel percorso verso la vetta: ne era valsa la pena?
Difficile dirlo, a volte sentiva assalirlo l’ansia per le opportunità di vita perse, per
la relazione con la sua compagna naufragata, forse anche a causa del poco tempo
dedicatole, del fatto di darla per scontata, e, dopo i primi mesi di passione, mai
più da lui rinfocolata con le attenzioni che lei si sarebbe aspettata; e più aveva
soddisfazioni e incarichi importanti nella vita lavorativa, meno impegno
profondeva nel rapporto con lei, che alla fine si era stancata di aspettarlo e di
passare sempre in secondo piano, e se ne era andata.
Sempre più spesso, negli ultimi tempi, lo coglieva a tradimento una strana
malinconia, come un’uggia della routine quotidiana; e il rimpianto per i tempi
passati, quando si poteva ancora considerare felice, diventava sempre più forte,
a volte addirittura lancinante, come un male fisico. Forse era una sorta di crisi di
mezza età, a cui era ormai giunto, o il fatto di passare adesso le serate in totale
solitudine, in quella grande e costosa casa che avevano progettato per una vita in
comune con lei e forse anche per una famiglia più numerosa, chissà…
Ormai il periodo fantastico della sua infanzia era solo un ricordo lontano, con i
vecchi amici, i giochi insieme, il paesello piemontese che gli aveva dato i natali
e ospitato per anni come in un piccolo microcosmo protetto, dove tutto sembrava
sicuro e il futuro non faceva mai paura.
E poi i suoi genitori, quei genitori che tanto lo avevano amato, di un amore
viscerale, disinteressato e totale, ma con i quali, negli ultimi anni della loro vita,
aveva condiviso poco tempo, loro rimasti al paese natale, e lui ormai assorbito
dalla città frenetica e tentacolare.
Certo, aveva provato a gestire a distanza anche la loro vecchiaia, si era adoperato
per non fargli mancare nulla quando avevano bisogno; ogni tanto andava a
trovarli, ma gli era rimasto un rimorso terribile in merito alla scomparsa del
padre. Quando questi si era ammalato, di una malattia lunga ma inesorabile, di
quelle che non lasciano scampo, si era gradualmente allontanato da loro, invece
di riavvicinarsi come sarebbe stato giusto. Le sue visite e telefonate in quel
periodo erano state sempre più sporadiche, come se inconsciamente non volesse
accollarsi l’onere di reggere quella situazione, in cui l’uomo a cui aveva sempre
guardato come un’entità indistruttibile era diventato un vecchio malato e fragile.
A distanza di anni si rendeva conto di quanto fosse stato insensibile, e forse agli
occhi del padre anche spietato: alla fine aveva demandato le cure alla madre, che
con dedizione si era dedicata al coniuge, non chiedendo niente al figlio, e anzi
cercando di sollevarlo da quegli adempimenti tristi e gravosi.
Solo ora capiva quanto era stato cieco ed egoista, trincerandosi dietro la distanza
e l’attività lavorativa che in quel momento lo assorbiva particolarmente, essendo
vicino all’apice della carriera che aveva scelto. Forse, non aveva voluto accettare
che il suo idolo di ragazzo crollasse a causa degli anni, come peraltro tutti gli
esseri umani, in quella legge di natura crudele ma ineluttabile. Non avrebbe
probabilmente sopportato di vederlo sfiorire e deperire lentamente, e perciò
aveva abdicato ai suoi compiti di figlio, in un gesto di vigliaccheria, di cui si era
poi pentito amaramente.
Ma ormai era troppo tardi per fare qualcosa, gli restavano il rimpianto e a tratti
la disperazione per quel comportamento indifendibile.
Aveva cercato di rimediare in qualche modo, stando poi il più possibile vicino
alla mamma, e anzi proponendole ad un certo punto anche di raggiungerlo nella
lontana città dove lavorava, ma lei non era adatta a quel tipo di vita nello smog e
nel caos, lo sapevano entrambi, e quindi aveva rifiutato l’invito del figlio, che,
almeno nel suo caso, quando poteva faceva un lungo viaggio per venire da lei.
Dopo alcuni anni se ne era andata anche lei, discreta e senza dare fastidio a
nessuno così come era vissuta, mancando improvvisamente una notte in cui il suo
cuore aveva smesso di battere.
A quel punto lui aveva smesso di visitare quel paese, dove gli erano rimasti solo
ricordi tristi, finendo in seguito per vendere i terreni di proprietà e lasciando le
chiavi di casa ad un vicino, perchè controllasse ogni tanto la loro dimora avita;
era così finita un’epoca, segnata dall’amore che gli riscaldava il cuore, ed era
rimasto solo il freddo del suo appartamento moderno, dove il gelo dei sentimenti
a volte gli paralizzava anche i pensieri.
Ma in certi sogni – quelli che arrivano quando la mente cede e il cuore ricorda –
il suo Piemonte tornava a trovarlo.
Non come un luogo, ma come una voce.
Una notte di quelle, passate a rigirarsi nervosamente nel letto, il sonno finalmente
lo assalì e assunse contorni particolari.
L’aria sapeva di terra bagnata e di erba tagliata da poco, e lui si trovava in una
stanza piena di luce dorata; tutto intorno si avvertiva un baluginare di forme,
come se il mondo fosse riflesso in uno specchio d’acqua.
All’improvviso una voce lontana cominciò a chiamarlo: era la voce della madre,
che pronunciava il suo nome con affetto e lo invitava ad andare da lei; ad un certo
punto si aggiunse anche quella del padre, più bassa e profonda, come un tuono
coperto dalle nuvole.
“Silvano, torna da noi. E’ ora di tornare a casa!” dicevano entrambi, ma la parola
‘casa’ nel sogno non aveva contorni definiti: era un campo, un vecchio edificio,
una collina che brillava di grano maturo.
Il protagonista a quel punto si mise in cammino, attraversando paesi che non
riconosceva. Le case cambiavano addirittura forma man mano che passava: come
per un incanto alcune diventavano alberi, altre si scioglievano come cera sotto il
sole.
Ogni tanto incontrava persone che lo salutavano con affetto e deferenza, dicendo
di conoscerlo, ma lui non ne ricordava i volti. Tutti però gli indicavano un’unica
direzione, con sicurezza: “Di là, sempre dritto su questo cammino, verso la
campagna!”
Quando finalmente arrivò, trovò i genitori ad aspettarlo sotto ad un pergolato;
non parevano invecchiati, anzi avevano la stessa età di quando lui era bambino.
Il padre gli mise una mano sulla spalla con tenerezza, mentre la madre gli porgeva
una ciotola di latte caldo.
“Silvano, dove sei stato? Noi ti abbiamo sempre aspettato qui!”, dissero insieme.
Intorno, la campagna respirava liberamente. Gli alberi si piegavano con dolcezza
al vento, e il cielo era come un oceano oscillante tra l’alba e il tramonto.
Silvano sentì di essere finalmente tornato nel luogo dove doveva essere, senza
più nemmeno ricordare da dove fosse partito.
Suo padre intanto gli sorrideva, col suo sorriso buono sopra un viso franco e
sereno, dopo essersi seduto su una poltrona. Accanto a lui, la madre stendeva i
panni bianchi, che il vento gonfiava come le vele spiegate di un vascello.
Sul tavolo era appoggiato un libro, e lui poteva vedere la pagina a cui era aperto,
con un brano che recitava nel titolo “La danza delle nocciole”: era una poesia,
molto suggestiva, della quale lesse i versi ad alta voce.
La danza delle nocciole
Nel vespro purpureo,
quando il bosco tace,
il canto sonoro s’innalza
delle nocciole silvane,
cullate dal vento plumeo.
Dei frutti soavi sui rami
gli umani ammiran la danza,
mentre la terra stanca giace
dopo il giorno trionfante
di bagliori dorati e arcani.
Poi tutto iniziò gradualmente a cancellarsi: il profumo dell’erba, le mani dolci dei
genitori su di lui, il canto delle cicale; solo la voce della madre rimase come
un’eco lontana, e sempre più flebile: “Non dimenticare la strada per tornare. Noi
ti attenderemo per sempre qui.”
Infine, il sogno si dissolse nel canto flautato di un merlo.
Silvano si svegliò con un nodo in gola. Non era solo nostalgia, era come se
qualcosa o qualcuno lo chiamassero.
Preso da un fremito di inquietudine, scese dal letto e aprì la finestra: la città
immensa era grigia, incolore. E per la prima volta capì che quella non era la sua
luce.
Andò indietro con la mente a quegli anni felici, costellati di sogni e di suggestioni
per un futuro che gli appariva roseo.
Si ricordò all’improvviso, commuovendosi e mettendosi a piangere come un
bambino, di quel tiglio piantato dal comune sul lato della strada che portava al
colle, davanti ad una spianata da cui si ammiravano i campi dell’immensa
pianura, dove spesso lui e suo padre si fermavano a sedere su una panchina, dopo
una lunga passeggiata: l’albero un anno si era ammalato di una malattia delle
piante, che ne aveva attaccato già buona parte, era pieno di formiche e dalla
corteccia usciva una linfa cattiva di un colore scuro; rischiava di seccare
completamente e nessuno interveniva per curarlo.
Per cui, insieme al padre, ogni volta che passavano di là, cercavano di eliminare
il liquido che sgorgava, con dei bastoni che avevano fabbricato, toglievano con
pazienza le parti di corteccia andate a male e scacciavano le formiche. Divenne
per loro quasi un lavoro a cui dedicavano parecchio tempo, e alla fine l’alberello
lentamente parve riprendersi.
Dopo mesi di interventi, l’albero tornò verde e rigoglioso come prima, ed entrambi ne andavano giustamente fieri, lo avevano curato e fatto guarire.
Era diventato un loro amico fraterno, che gli teneva
compagnia durante le passeggiate, e con le sue fronde li proteggeva dai raggi del
sole, riconoscente per quell’aiuto provvidenziale che lo aveva salvato.
In quel momento a Silvano venne voglia come non mai di tornare al paese, anche
solo per vedere se il loro amato e accudito tiglio verde esistesse ancora.
Si chiese quindi con ansia cosa ci stesse facendo da solo in quel posto che lo
respingeva, lontano dalle sue radici e dalla casa dove aveva vissuto sereno. Era
destinato a trascorrere così il resto della sua vita, senza più speranze né
ambizioni?
Ripensando a quel periodo fulgido, avvertiva uno struggimento allo stesso tempo
doloroso e piacevole, mentre sentiva che il cuore gli balzava in petto, trascinato
dalla forza invisibile di momenti vissuti e ormai perduti.
Nei giorni successivi stette male anche fisicamente, di un male strano,
caratterizzato da febbre costante, e un malessere generalizzato, che però non si
estrinsecava in una malattia chiara, ma piuttosto in una sofferenza appunto
indefinita, che sembrava avvilupparlo come una ragnatela, e che pareva la
manifestazione fisica del suo dissidio interiore. Si astenne perciò dall’andare al
lavoro, quel lavoro che peraltro ora gli sembrava molto meno interessante, e che
gli stava venendo a noia, oltre ad essere sempre più logorante dal punto di vista
dello stress psicologico che comportava.
I ricordi di quell’infanzia quasi magica apparivano lontanissimi dall’uomo che
era diventato, distante dai valori che gli erano stati insegnati, dal contatto
rispettoso con la natura e dall’empatia che aveva sperimentato tanti anni prima.
La vita nella metropoli fredda e asettica, l’impiego in una multinazionale, tutto
pareva congiurare per fargli dimenticare gli ideali che gli erano stati inculcati in
gioventù, l’educazione, l’onestà e la correttezza: adesso trionfavano il sopruso,
l’inganno e l’egoismo, e lui, come tutti gli altri, aveva iniziato ad attenersi a questi
nuovi disvalori, per svettare sul prossimo e non essere sommerso.
Aveva persino smesso di avere sogni e fare progetti, non nutriva più una vera
speranza di trovare un senso al tutto, a quell’esercito infinito di attimi gettati alla
rinfusa.
Eppure, un tempo era stato felice, di quella felicità assoluta fatta di piccoli gesti
e grandi emozioni, al tempo delle parole sacre ed essenziali, che condensavano
in poche frasi l’amore che provava e di cui era circondato. Doveva fare qualcosa
per ritornare a quello stato, almeno di serenità, ora lo capiva; stava sprecando la
sua vita in riti sterili e vuoti, inseguendo miraggi fallaci, vanificando gli
insegnamenti dei suoi genitori, oltre che l’armonia e la bellezza che i luoghi della
sua infanzia gli avevano insegnato.
Era ancora in tempo per riprendere in mano la sua esistenza, per darle un senso?
Se lo chiedeva da parecchio tempo ormai, ma, dopo tanti dubbi ed elucubrazioni,
finalmente una mattina tutto gli apparve più chiaro, come se il maestrale avesse
sgombrato il suo cielo da nuvole minacciose e opprimenti. E allora prese una
decisione, che agli occhi dell’impiegato modello e brillante di poco tempo prima
poteva essere folle, ma della quale ora sentiva non si sarebbe mai pentito.
Nel giro di pochi giorni lasciò tutto: il lavoro, l’appartamento, le abitudini
ordinate. In fondo l’antica casa al paese era ancora di sua proprietà, e lo stava
attendendo da anni; contattò perciò il fattore a cui aveva dato in gestione le chiavi
e i suoi vecchi terreni, e questi gli confidò di non riuscire più a gestirli, vista l’età
che avanzava.
Quel mattino fatidico salì in macchina, guidando con frenesia, diretto verso la
sua terra d’origine, seguendo una spinta che non sapeva spiegare. Il paesaggio
cambiava lentamente, e con esso cambiava il suo respiro: le pianure diventavano
colline, le colline si aprivano in distese di ulivi, e infine, dietro una curva,
apparvero le Langhe, immense e splendenti sotto il sole.
Quando Silvano arrivò al paese dopo tanti anni di città, trovò le colline delle
Langhe immutate, eppure diverse. I filari di viti, che un tempo disegnavano
geometrie perfette, erano stati in parte abbandonati; i vecchi noccioleti, che da
ragazzo aiutava a potare con il papà, erano stati divorati dai rovi o convertiti a
pascolo. Ma proprio lì, tra due crinali dolci e un piccolo rio che serpeggiava sul
fondo valle, c’era ancora il vecchio terreno di famiglia, ormai messo in vendita
dall’attuale proprietario: tre ettari di terra argilloso-calcarea, con un’esposizione
a sud-est perfetta per la Corylus avellana.
Si fermò prima nella piccola piazza del paese. L’aria profumava di piante e di
mare lontano. Ogni pietra, ogni muro screpolato sembrava ricordare il suo nome.
Rivide il vecchio tiglio, che placido gli sorrideva da lontano, con le sue fronde
gemmee, e il cui fusto abbracciò con trasporto, come un vecchio amico che non
vedi da tempo, ma tu sai che è sempre lì, ad aspettarti fedele, e la distanza non ne
smorza l’affetto.
Si avviò quindi a piedi verso la casa che per lustri lo aveva ospitato. Ma subito
prima di giungere ad essa, guardando un muro limitrofo, la sua attenzione fu
attratta da una incisione che qualcuno aveva impresso sulla pietra, come se fosse
una targa dedicata a qualcuno o a qualcosa; quando però lesse la scritta, per poco
non cadde per terra dallo stupore: essa recava esattamente le parole della poesia
che aveva sognato pochi giorni addietro! Silvano la ricordava perfettamente, e
quindi si domandò come fosse possibile un simile evento, che pareva un
sortilegio.
Chiese allora ad alcuni passanti chi avesse composto e inciso quei versi, ma non
seppero dargli una spiegazione, e lo stesso risultato ottenne con il contadino che
aveva custodito la sua vecchia casa e il terreno sino a quel giorno: nessuno fu in
grado di spiegargli quel mistero, tutti si limitarono a dirgli che non si sapeva da
dove proveniva quella scritta. Un giorno essa era apparsa, e nessuno ne aveva
rivendicato la paternità, forse era stato un artista di passaggio, ma a tutti piaceva
fermarsi qualche secondo per leggere quei versi evocativi e delicati.
Rimase attonito per alcuni minuti, poi si diresse, piuttosto scosso, verso la
vecchia porta di entrata: quell’evento quasi soprannaturale gli apparve subito
come un segno, una chiara indicazione del cielo, la naturale congiunzione tra i
suoi sogni e la nuova realtà che lui stesso avrebbe contribuito a creare.
Sì, lui era stato chiamato in quel posto per uno scopo, adesso gli era tutto chiaro!
Finalmente si apriva uno squarcio di sereno nel suo firmamento offuscato!
La casa dei genitori lo aspettava ancora, come se il tempo avesse avuto pietà.
Entrò, e il silenzio lo accolse con la tenerezza di una presenza invisibile. Sul
tavolo trovò una foto sbiadita: lui bambino tra la madre e il padre, tutti e tre con
le mani nella farina. Tutto in quel luogo parlava di lui e delle sue radici.
Si sedette, e pianse. Non di dolore, ma di commozione per il ritorno.
Firmò il compromesso per ricomprare i terreni in primavera, e quell’atto fu per
lui più solenne di qualsiasi contratto stipulato nei suoi anni da impiegato.
Appena ottenuta la proprietà, Silvano contattò prima degli esperti nella
coltivazione delle nocciole, e poi alcuni abitanti del villaggio, stabilendo accordi
di collaborazione con loro, per farsi aiutare nel progetto che aveva in mente:
riuscire a produrre una buona quantità di nocciole, dopo aver piantato i relativi
alberi nei suoi vecchi terreni.
Tutti lo riconobbero come quel bimbo con cui avevano corso e giocato da piccoli,
che si divertiva a vedere il padre sfidare a bocce o a carte i loro genitori, nato lì,
ma poi andato a studiare per percorrere una carriera promettente, e furono
contenti anche se stupiti di quel suo ritorno alle origini.
L’accoglienza fraterna che gli riservarono quelle persone semplici ma franche –
tra l’altro spesso più intelligenti di quelle con cui era abituato a trattare nel suo
lavoro precedente – lo commosse, e gli fece capire che quella era stata la scelta
giusta.
Dopo di che si tuffò a testa bassa e senza indugi in quell’avventura nuova ed
emozionante, che finalmente pareva dare un senso alle sue giornate.
Iniziò con un’analisi pedologica della terra da coltivare. L’agronomo che aveva
assoldato prelevò campioni a diverse profondità per valutare la tessitura e il pH.
I risultati furono incoraggianti: pH piuttosto neutro, tessitura franco-limosa, buon
drenaggio naturale. Solo una leggera carenza di sostanza organica, risolvibile con
letamazioni periodiche.
Scelse la varietà Tonda Gentile Trilobata, la più pregiata per la pasticceria,
caratterizzata dalla forma tonda del frutto che favorisce la sgusciatura
mantenendo intatto il seme, innestata su portinnesto Corylus colurna,
considerato l’ideale per il nocciolo. L’impianto venne progettato a sesto regolare
di 5×5 metri, per un totale di circa 400 piante per ettaro. Lungo i bordi predispose
una rete anti-selvaggina e un impianto di irrigazione.
Facendosi aiutare da alcuni contadini che possedevano terreni vicini, lavorò la
terra con un erpice rotante, dopo un’aratura superficiale, per rompere la crosta e
favorire l’aerazione. In autunno tracciò i filari con precisione millimetrica usando
un GPS agricolo portatile. Piantò i noccioli con la luna calante di novembre, come
gli aveva insegnato suo padre: “Così radicano più forte e fanno meno polloni.”
Nei mesi successivi, mentre la città gli sembrava un ricordo lontano, Silvano
imparò di nuovo a leggere il cielo. In primavera praticò la potatura di formazione,
lasciando i polloni principali ben distanziati, eliminando i succhioni e i germogli
basali in eccesso. L’estate lo vide alle prese con la gestione delle piante infestanti:
un trinciastocchi per le erbe più alte, e il diserbo meccanico con sarchiatrice tra
le file.
Passarono tre anni: i noccioli raggiunsero il metro e mezzo, vigorosi e sani. Le
prime infiorescenze maschili – le amenti pendule – fecero capolino a gennaio,
segno di una pianta in equilibrio vegeto-produttivo. Silvano si impegnò anima e
corpo in quell’impresa, curando e difendendo i suoi noccioli con amore e
dedizione, come figli da accudire prima di poter sbocciare definitivamente.
Quando si sentiva provato o in difficoltà, gli bastava pensare ai genitori e la forza
gli ritornava, doveva farcela a tutti i costi anche per loro: glielo doveva!
Intanto aveva stabilito varie relazioni di amicizia con i residenti locali, alcuni dei
quali erano stati nell’infanzia suoi compagni di giochi: si accorse che quei
rapporti, a differenza di tutti quelli stretti nella sua vita precedente, erano
improntati ad una schiettezza e correttezza spesso disarmanti, una piacevole
eccezione nella società attuale, orientata all’egoismo e all’interesse. I valori, che
ancora vigevano in quella terra generosa e tranquilla, erano sicuramente diversi
da quelli che normalmente si inseguono nelle città chiassose e competitive.
Quando, al quarto anno, vide le prime nocciole formarsi, provò un’emozione che
nessuna busta paga gli aveva mai dato: in quel momento gli venne da piangere,
ma mai lacrime furono più felici e benedette. Aveva finalmente raggiunto il
proprio obiettivo.
Radunò quindi un nutrito gruppo di quei suoi nuovi amici, e si accordarono per
la imminente raccolta. Stesero le reti di nylon al terreno sotto le piante e attesero
la caduta delle nocciole.
A settembre finalmente raccolsero i frutti caduti, sollevando le reti e
convogliando il raccolto in grandi sacchi di juta.
Li fecero poi essiccare in un essiccatoio artigianale, mantenendo la temperatura
a 45°C per tre giorni, fino a ottenere un’umidità residua del 6%, quella ritenuta
ideale. Le nocciole brillavano come monete dorate.
Silvano, dopo tutto quell’impegno, esausto ma finalmente felice, sedette sul
muretto che dominava la valle, guardando il suo noccioleto stendersi sotto il sole
del tardo pomeriggio. L’odore di terra asciutta, foglie e legno caldo gli riempiva
i polmoni. In quel momento capì che non aveva solo comprato un terreno, ma
aveva riscattato un’eredità, un sapere antico fatto di stagioni e di silenzi.
La campagna, pensò, non restituisce mai tutto subito. Ti mette alla prova, ti
misura il tempo in anni, non in giorni. Ma se le offri rispetto e pazienza, ti ripaga
con la cosa più rara di tutte: la pace.
A volte gli sembrava di sentire i genitori parlare tra loro, nella lingua lieve dei
ricordi. La madre rideva, il padre gli dava consigli sul raccolto.
E Silvano rispondeva in silenzio, con il cuore.
Infine, un mattino d’autunno si fermò a osservare tutta quella meraviglia di cui
poteva ora godere. Il vento lo percorreva come un respiro vivo, e lui si sentì parte
di quella vastità. Capì allora che non era tornato per fuggire da qualcosa, ma per
ritrovare ciò che non aveva mai smesso di appartenere a lui. La città, con le sue
voci esasperate e i suoi rumori assordanti, era ormai lontana, un vago ricordo di
una semplice tappa della sua esistenza.
Qui invece, tutto parlava un linguaggio antico: la terra, il cielo, i ricordi.
E, nel fruscio dei noccioli che si piegavano alla brezza, Silvano sentì ancora la
voce di suo padre: “La terra ti aspetta sempre, figlio mio. E quando torni, lei
ricomincia a respirare con te.”
Quanto era stato importante quell’uomo per lui: la sua roccia, il suo esempio, il
suo orizzonte. Non aveva mai conosciuto nessuno buono e allo stesso tempo fiero
come il suo papà. Che fortuna aver avuto quei genitori, finalmente ora lo capiva!
Silvano allora chiuse gli occhi, lasciando che il vento gli sfiorasse il volto.
Il sole lo avvolse nel suo abbraccio come una benedizione.
Riaprì le palpebre, e vide alcune nocciole, che sui rami danzavano languidamente
al ritmo della brezza mattutina, come nella poesia evocatrice che aveva sognato
e poi visto misteriosamente impressa sulla pietra.
E, nel silenzio infinito delle Langhe, quei frutti incantati intonarono all’unisono
la loro festosa ballata per lui: era un canto di ritorno, di pace, di eternità.