”Il viaggio come metafora della vita. La scoperta di sé attraverso l’incontro con l’altro”.  

Copia della relazione tenuta dal prof. Franco Verdona domenica 14 settembre in cappella san Maurizio.

Penso che molti di noi ricordino l’esitazione di Faust, l’eroe creato dalla fantasia di Goethe, di fronte alla affermazione del prologo giovanneo che “in principio era il Verbo”. Faust non è per nulla convinto, anzi, afferma perentoriamente che in principio era l’azione (“am Anfang war die Tat”) e Fichte, il filosofo da cui prese le mosse l’idealismo tedesco, gli dette ragione.  

Se, nell’azione, noi collochiamo anche il viaggio, allora possiamo sostenere che in principio era il viaggio, perché non solo la vita è viaggio dalla nascita alla morte, ma addirittura la genetica evidenzia come il concepimento di una creatura umana sia il risultato di una corsa veloce dello spematozoo che viaggia alla ricerca dell’ovulo

Che l’esistenza umana sia rappresentabile con l’immagine del viaggio è refrain della letteratura, che l’intrepreta come fatale andare (Dante, canto V dell’Inferno: «non impedire lo suo fatale andare»), come salita (ascesa di Mosè sull’Oreb), come catabasi e discesa agli inferi (Omero e Virgilio), come essere per la morte (Heidegger). E potremmo continuare. 

   Se, oggigiorno, ci soffermiamo di fronte alle offerte di viaggio delle agenzie turistiche, la nostra fantasia è facilmente stuzzicata dalla seduzione di paesaggi esotici, di vacanze in paradisi lontani, di crociere su confortevoli transatlantici. E in completo relax. 

Il viaggio, tuttavia, è stato per molti, e per alcuni lo è ancor oggi, momento di sofferenza e di prova, se non addirittura di disperazione: si pensi agli esodi forzati, cui assistiamo quotidianamente, alle deportazioni nei lager (Segre insegna) e in quelle che Dostoevsklj chiamò case di morti, descrivendone le memorie, ma anche solo alle migrazioni in cerca di lavoro avvenute a cavallo tra l’800 e il 900.

D’altro canto lo stesso esodo biblico, dall’Egitto verso la Terra promessa, più che un’uscita di sicurezza, per dirla con Silone, e di liberazione, fu un itinerario fatto di ostacoli e patimenti, durato anni (40 simbolici) ed insidiato dagli attacchi nemici.  Vera deporatazione fu poi quella di Babilonia (VII VI scolo) sotto Nabuccodonosor, che umiliò il popolo ebraico e lo indusse ad appendere le cetre ai salici, come afferma l’autore del salmo 137. (Va pensiero). 

Accanto a chi viaggia costretto dalla necessità c‘è anche chi lo fa indotto dalla curiosità. E’lo spirito del cercatore che anima queste persone, che si mettono in viaggio alla ricerca di qualche luogo del cuore. E costoro sono tanti.

    Si pensi che Erodoto, ritenuto il fondatore della storiografia greca, documentava gli eventi storici da lui narrati, dopo avere visitato personalmente i luoghi in cui essi erano accaduti. E si preoccupava di confessare al lettore se una notizia l’aveva avuta di seconda mano, per sentito dire (akoè) o verificata con i propri occhi (autopsia). 

Fu un indefesso girovago, così come lo fu Pausania, che visse alcuni secoli dopo, sotto gli imperatori romani della famiglia degli Antonini e che ci ha lasciato un’opera geografica frutto delle sue peregrinazioni. 

         Farei torto ad un condottiero romano e grande vaggiatore, se omettessi Cesare, che, nell’intento di descrivere il bellum gallicum, ha narrato le peripezie i suoi viaggi. Cosi’ come Senofonte, che ha lasciato un quadro vivido dei percorsi nella sua Anabasi.

Accanto a questi viaggiatori vanno collocati quelli eternati dall’epica, e non necessariamente storici, come Ulisse ed Enea, il primo sballottato tra i flutti nel viaggio di ritorno dalla guerra di Troia ed emblema del nostos, cioè del ritorno e del desiderio di rivedere i familiari (nostalgia); il secondo, a cui la tradizione ha assegnato l’attributo di pio, per la devozione da lui mostrata verso la famiglia e le tradizioni patrie e fondatiore di Roma. 

      Non è da credere tuttavia che i viaggiatori dell’antichità fossero solo in ambito occidentale, infatti il cinese Zang Qian, nel II secolo dopo Cristo,  venne in contatto con l’impero romano e divenne esploratore da diplomatico che era.

Con la diffusione del cristianesimo un nuovo motivo di viaggio si aggiunge a quelli già menzionati, cioè il pellegrinaggio, sulle tombe dei testimoni della fede, o ai luoghi della vita di Gesù. (il professor Prestipino è maestro in quest’ambito)

Ci sono giunte documentazioni scritte di lunghi viaggi quali la Peregrinatio Egeriae, uno rendiconto, verisimilmente del V secolo, in cui una monaca descrive alle   consorelle i momenti i principali del viaggio in Terra santa. 

[Gli itineraria ad loca sancta cominciarno dal III secolo e si diffusero, interpretati come momenti penitenziali ]

           Va da sé che non solo motivi devoti spingevano le persone al viaggio, ma anche e forse soprattutto motivazioni economiche, tanto piu che gli scambi di merci con l’oriente duravano da vecchia data, e le intese commerciali fiorivano, non ostante le difficoltà linguistiche (intepreti).

      E’ così che si sviluppa un dialogo interculturale, (la scoperta dell’altro) favorito anche dall’apporto di missionari, soprattutto francescani, quali Giovanni  di Pian del Carpine, che ebbe ruoli di grande rilievo nelle trattive con i Mongoli, che premevano sui confini con l’Occidente ed avevano messo in allarme soprattutto le popolazioni dell’est Europa.  (Storia di Mongoli). 

Nel 1298 in prigione a Genova è detenuto Rustichello da Pisa, abile nel rielaborare romanzi sulla falsariga del ciclo bretone. Suo compagno di cella è un certo Marco Polo, reduce da lunghi percorsi in Cina. A Rustichello Marco narra i propri viaggi, con il risultato di dare alla luce un romanzo a quattro mani diventato un punto di riferimento nella letteratura di quei tempi.

       Tralascio di esaminare in dettaglio le figure di illustri viaggiatori, quali, Alvise Ca da Mosto, al servizio dei sovrani portoghesi, Antonio Pigafetta, superstite della spedizione di Magellano.

La letteratura di viaggio, poco alla volta divenne un genere diffuso ed apprezzato, al punto che chi non poteva viaggiare per mancanza di mezzi finanziari o per motivazioni di altro genere, lo faceva con la fantasia, come Daniello Bartoli, gesuita, che, nel Seicento, scrisse su Giappone, Cina, India, senza esservi mai stato, tanto era il desiderio di svolgere colà la propria opera missionanria. Ma la produzione più cospicua di scritti di viaggio è da collocare nel 700, età dei lumi

Convinti dell’universalità della ragione umana, molti studiosi vogliono verificare di persona (come è l’altro) e, disponendo dei mezzi finanziari necessari, percorrono le vie dell’Europa come fecero l’Alfieri (inorridito di fronte al servilismo del Metastasio), e l’Algarotti, e successivamente Goethe, il cui racconto del viaggio in Italia è tutt’oggi una gustosa lettura e mette in evidenza l’ampia veduta di questo genio tedesco. 

A partire da questo momento il gran tour diviene una tappa ineludibile per gli intellettuali europei, anche perché la conoscenza dell’altro da sé favorisce la comprensione dell’in sé. 

D’ altra parte il già menzionato Fichte aveva sostenuto a gran forza che solo nella contrapposizione con il non io, l’io acquista coscienza di sé e il conosciuto approda all’esistenza in forza della relazione con il conoscente.

Il viaggio metafora della vita

Che il viaggio sia metafora della vita è cosa nota. Già l’epos omerico ha voluto affermare, attraverso le peripezie del viaggio, che, nell’iter dell’esistenza umana, si mescolano pace e guerra, eroismo e viltà, astuzia e rigore morale, e soprattutto nostalgia della casa e della famiglia.  

       Tutti ricordiamo che lo smarrimento di Dante nella selva oscura ha valenza simbolica e che, in metafora, lo scrittore ha voluto rappresentare la vita come viaggio avventuroso, costellato di pericoli, ma anche additare il soccorso che viene dall’alto, cosa di cui egli era convinto forte della fede.(Theologus Danthes, Giovanni del Virgilio) 

Il Petrarca, che dell’Alighieri è contemporaneo, ma già scorge i prodromi dell’umanesimo, nel racconto dell’ascesa al monte Ventoso da lui narrato all’amico Dionigi da Borgo San Sepolcro, lascia chiaramente intendere al lettore la simbologia implcita.

Tra i vari personaggi che si incontrano nei canti leopardiani (la donzelletta, l’erbaiolo, l’artigiano che veglia nella chiusa bottega), ve n’è uno molto emblematico della triste ed infelice condizione umana, un viaggiatore insolito e singolare, un viaggiatore senza bussola. Si tratta di un vecchierello, canuto, mezzo vestito e scalzo, con grandissmo fascio sulle spalle. 

Un eterno viandante che cammina incessantemente. Talora corre addirittura. Sembra disorientato a causa dei pesi che gravano su di lui finché  precipita in un abisso orrido e immenso, ove egli tutto dimentica. 

Il tempo del viaggio è anche occasione di meditazione, di rivisitazione dei momenti belli della propria vita come acccade al Carducci, che, tornando nella Capitale, scorge dal finestrino del treno i cipressi di Bolgheri che sembrano invitarlo a scendee e a dialogare. 

Su un viaggiatore di un altro convoglio ferroviario si volge lo sguardo di Giorgio Caproni, Nel bagagliaio sito nella parte alta della carrozza sono disposte alcune valige; ogni tanto qualcuno dei viaggiatori si alza, prepara il bagaglio, saluta i compagni di viaggio e si accomiata dicendo di essere giunto alla meta. (Congedo del viaggiatore cerimonioso)

Viaggiare in luoghi e fra cose che sembrano di poco conto

Ho voluto inserire queste mie ultime riflessioni, indotto dal titolo del fascicolo numero 9 dei Quaderni di Castelnuovo. Perché qui?  Il viaggiatore che percorre i bei sentieri delle nostre colline, e non solo delle nostre, si imbatte con discreta frequenza in edicole votive, cappellette, piloni effigiati da immagini della Vergine e dei Santi. 

Si tratta di edifici spesso diroccati e quasi fatiscenti, dei quali sembra che nessuno si sia preso cura da tempo. Chi abbia un po’ di dimestichezza con il Manzoni ricorderà che don Abbondio incontra i bravi proprio ad un bivio dove è una piccola edicola ove sono raffigurate le anime del Purgatorio. Evidentemente era già in uso nel momento posttridentino la costruzione di queste cappellette (siamo nel 1628). Sorge spontaneo nel viaggiatore  l’interrogativo: “perchè qui?”

 Come mai, in un luogo solitario, incolto, dove il transito è quasi inesistente, non di rado coperto di rovi, come mai questo edificio?

 Queste pietre male in arnese, per quanto consunte, parlano, cosi come parlano al cuore dei superstiti le tombe celebrate dal Foscolo ne i Sepolcri. 

In alcune aree del territorio biellese vi sono, disseminati qua e là dei massi erratici, che, da generazioni, si crede posseggano una forza fecondante tutta partiolare, al punto che le donne che desiderano avere famiglia ed hanno difficoltà vanno a strusciare il corpo sui massi, pensando di acquisire fecondità. Al profano queste pietre non dicono nulla, anzi; tuttavia la forza della tradizione le ha consacrate e rese degne di culto, da documenti sono diventate monumenti, oserei dire sacramenti e godono la stssa dignità delle edicole votive disseminate qua e là di cui si è appena parlato. Queste pietre hanno la forza dell’annuncio, la capacità di richiamare nel  presente momenti situazioni e sentimenti del passato caduti in oblio. 

Come i sacramenti sono segni tangibili che realizzano ciò che significano, cosi i monumenti-documenti votivi rievocano e riattualizzano un passato, remoto, ma non defunto, anzi, da tali testimoninze emerge la storia vissuta del popolo cristiano, come la definì il Delumeau,  una lunga storia fatta di fede semplice, di preghiera e abbandono nelle mani di Dio.

Quando ero bambino e servivo all’altare, partecipavo con altri chierichetti, alle rogazioni, che si tenevano in primavera, processioni che muovevano dalla parrocchia alla campagna per benedire la terra e chiedere a Dio abbondanza di raccolti. 

Si cantavano le litanie dei santi e si pregavea la santa Vergine. Questo avveniva in possimità di un’edicola già allora scalciata, raffigurante la Madonna. Edicola che esiste tutt’oggi ancor piu malandata di allora; ma  a chi abbia occhi che vanno al di là del sensibile, essa ripropone la storia della gaviesità devota.  Ci si trova di fronte ad una catechesi iconografica, che è il risultato della tradizione (traditio, cioè qualcosa che passa da una mano all’altra. Nel lessico del NT ci sono due termini per indicare tale concetto: parodosis e paratheke; il primo indica il pasaggio del contenuto, il seondo la sua fissazione. Cioè il deposito destinato a permanere nel tempo. 

Negli edifici di cui abbiamo detto è presente in qualche modo questo deposito, che va salvaguardatao perché patrimonio di tutti.

Franco Verdona, 14.09.2025

Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni.

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Il viaggio come necessità, curiosità, piacere, devozione. Alcuni grandi viaggiatori e la loro testimonianza. Il viaggio metafora della vita nella letteratura e nella poesia. Viaggiare tra cose che sembrano di poco conto.

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