GIAMMARIO ODELLO PRESENTA UNA SCHEDA SULL’ORIGINE DI CASTELNUOVO

CASTELNUOVO di CEVA

            I territori del basso Piemonte, sono storicamente noti per essere zone di transito fra la pianura e le Langhe, verso i porti rivieraschi. I centri attuali, in genere originati dalla presenza di un castellaro ligure, si trovarono su questi percorsi. Tale è anche Castelnuovo di Ceva, posto su frequentate vie a ridosso di una cresta che fa da spartiacque fra Tanaro e Bormida collegando le Langhe verso i passi alpini, gravitanti su Finale, Noli e Albenga.

Castelnuovo di Ceva compare citato per la prima volta, il 10 giugno 1033 sull’atto di fondazione del cenobio di S. Maria di Castiglione, fra le terre comprese nell’alta Langa che il marchese Adalberto con Adelaide, donarono in quell’occasione. Vi figurava come Castronovo, unitamente a Cammariano, Saliceto, Lavagnola, Sala, Prieli, Niela, Fauxolo, Cari e Mirovaldo. Parte delle quali già si trovavano elencate nei diplomi imperiali del 999 e seguenti a favore dei vescovi di Savona[1]. E’ accertato anche che le Villenuove ed i Castelnuovo, di norma fan riferimento rispettivamente a villaggi o castelli ricostruiti o in siti nuovi o su costruzioni distrutte in antecedenza. Di solito a partire dal 1000. Purtroppo, per Castelnuovo di Ceva, non abbiamo riscontri archeologici al riguardo ma sappiamo essere stato citato con quel nome fin dall’inizio del secondo millennio.

Nel corso dei primi decenni del secolo XII, i marchesi discendenti da Bonifacio del Vasto, che per qualche tempo mantennero il titolo di marchesi di Savona, si stabilirono nell’entroterra, di fatto impiantando una signoria rurale. Fuori dalle città di Savona e da Albenga, verso le vallate ed i gioghi dell’Appennino sino a tutta l’attuale territorio corrispondente alla provincia di Cuneo, dove altri vassalli minori, esistenti sul posto, tributari della “disciolta” casa arduinica, tenevano e controllavano già ampie zone di territorio coi loro castelli.

I discendenti della casa di Bonifacio del Vasto passano poi a dividersi fra di loro i possedimenti, fondano signorie rurali e si sottomettono agli obblighi del cittadinatico nelle varie città e nei comuni. Un lotto interessò Albenga col suo entroterra, suddiviso fra le casate dei Ceva e dei Clavesana; un altro riguardò Savona con le vallate a ridosso dello spartiacque, fra i del Carretto ed i Cortemilia. Poi la casata dei Busca e dei Saluzzo ed, infine, il contado di Loreto, lasciato al figlio Oddone il minore, che scegliendo la via ecclesiastica, cedette parte del patrimonio al comune di Asti e la sua eredità venne poi divisa fra i nipoti.

Le divisioni dei beni fra costoro, non sono sempre state così palesi dai documenti, specie per certe casate ma, si sono potute ricostruite “ a tavolino”, con l’effettivo possesso dimostrato poi in seguito. Ogni territorio costituì un marchesato ma l’ambito della giurisdizione fu sempre caratterizzato dalla co-presenza di altri soggetti che non persero mai le loro proprietà, il loro potere, quando non furono anche loro contendenti. Alcuni, prima di comporre un accordo coi Ceva, ad esempio, preferirono cedere feudo e castello al vescovo, di Alba o di Asti. Cuneo e Monte Vico si organizzarono in liberi comuni, sul finire del secolo XII. Quando, successivamente, addirittura giunsero a far atto di sottomissione autonomamente al conte di Provenza.

I Cortemilia, ad esempio, non avendo continuazione di progenie, ebbero il feudo suddiviso fra i nipoti. Spesso, alcuni di quest’ultimi erano ecclesiastici e vescovi di Alba e di Asti, per cui fu abbastanza probabile un componimento generale nell’interesse collettivo ma sicuramente non in contrasto con le direttrici politiche del potente comune di Asti ed anche di Alba. Ai quali interessava in modo particolare la libera e sicura circolazione delle loro merci e dei loro abitanti da e verso la riviera e la Provenza. Per giungere a quanto ci interessa, Paroldo, Montezemolo, Castelnuovo e Murialdo, furono sicuramente feudi che pervennero ai Ceva solamente dopo alcuni dei passaggi che abbiamo citato. Il marchese Guglielmo, infatti, dovette riconoscerli come infeudati da Asti e tenerli secondo gli accordi ben definiti con quel comune.

Castelnuovo, in particolare, sembrerebbe essere appartenuto ai Cortemilia, poi ceduto ad Asti e giunto ai Ceva per eredità ma come tributari del comune di Asti; è citato il 25 novembre 1228 un giuramento di fedeltà ad Asti da parte loro per questo feudo. Stessa sorte per metà feudo si è verificata per Montezemolo e Murialdo, sulla stessa direttrice geografica, a significare che furono i signori di Cortemilia a mantenere in proprietà questa importante lingua di terra, cerniera fra i possedimenti dei del Carretto e dei Ceva e che consentiva loro un passaggio verso il mare.

Nella ridefinizione dei confini di giurisdizione delle diocesi, la chiesa di Castelnuovo fu sempre sotto il vescovo di Alba e già nell’ XI secolo, in quella posizione, la troviamo ai margini del costituente marchesato di Ceva, ai confini con la giurisdizione dei del Carretto. Ovviamente i Ceva, che detenevano il controllo dei passaggi fra il basso Piemonte ed la riviera, riuscirono a farsi infeudare dal vescovo di Alba anche alcuni diritti che aveva in questa terra. Così l’8 settembre 1295, Oddone dei marchesi di Ceva consignore di Battifollo, fu investito di diritti feudali su Castelnuovo da quel vescovo, avvicinando così ulteriormente e definitivamente quel feudo nell’orbita dei marchesi Ceva. (Alcune terre come Battifollo, Scagnello, rimasero a lungo in proprietà del vescovo di Alba che ne esercitava la giurisdizione del feudo oltre che la guida pastorale delle loro chiese). I Ceva seppero mantenere nel tempo le investiture e assicurarsene alla fine il possesso completo. Castelnuovo, comunque, non fu compreso fra le terre cedute poi a loro volta al comune di Asti da parte del marchese Giorgio II (Nano), né nella prima vendita del 1295 né nella seconda del 1299 in quanto, già da antica data, apparteneva a quel comune.

Castelnuovo andò in patrimonio agli eredi del marchese Giorgio II (Nano) dal 1226 e costituì feudo unico con Priero, Sale, metà della Chiusa e Montezemolo, affidato al marchese Gherardo, discendente dal secondogenito del Nano, Guglielmo. Fece parte del Capitanato di Ceva colla valutazione di 1 punto su 100 di tutto il marchesato e vi furono considerati per 25 fuochi nel 1457[2]. (Priero ad esempio, valeva 5 punti ed era conteggiato per 120 fuochi). Le suddivisioni del feudo si susseguirono al mutar delle generazioni. Toccò anche in parte al più noto Febo dei marchesi Ceva che senza scrupoli usurpò i beni dei parenti, specie quelli di Castelnuovo e dopo di lui, uccisosi prima del 1547, finì in giurisdizione, per quote, ai vari acquirenti susseguitisi. Fra questi il Balbo per via di matrimonio e poi il principe di Melfi, Marcantonio Doria, per acquisto. Dal 1531, il feudo di Castelnuovo, con tutto il marchesato di Ceva, entrò a far parte dei beni della duchessa di Savoia Beatrice di Portogallo, per restarvi come comunità autonoma[3] (comune) sino alla unità d’Italia.

Castelnuovo, ovviamente, era costituito sin dall’antichità con un castello che, di solito, negli scritti, viene indicato con due torri[4]. Il castello fu distrutto e, si dice, di torre ne rimase una solamente ma inserita nel contesto del sistema delle segnalazioni/comunicazioni della marca in modo preminente. E’ visibile da tutte le Langhe, dalla pianura piemontese e dalla vallata del Bormida di Millesimo. Sovrasta all’orizzonte il profilo della catena montuosa che costeggia dividendoli, il Tanaro dal Bormida. Permettendo così un notevole raggio di controllo su vasta parte del territorio, mettendo in comunicazione l’oltre giogo con la valle del fiume Bormida importante asse viario verso le riviere. IMG_3968

Un richiamo al castello di Castelnuovo compare nel 1497 nel contesto di un tumultuoso periodo di alleanze disattese fra gli Orleàns e Ludovico Sforza durante il quale i Ceva si trovarono divisi nell’appoggiare le fazioni[5]. Il 17 di marzo del 1497, armati francesi, inseguiti da soldati genovesi, milanesi e del marchese di Finale si ritirarono per la val Tanaro dopo un tentativo fallito di prendere Albenga. Gli inseguitori decisero di attaccare i castelli dei Ceva che vedevano occupati dalle armi francesi e conniventi. Nella notte fra il 21 e il 22 marzo 1497 invasero Massimino, lasciandolo munito di balestrieri, attaccarono poi Murialdo, difeso dal fratello del marchese di Finale, che dichiarò di opporsi alla resa e il 23, altri soldati milanesi di stanza a Calizzano, portarono a compimento una scorreria a Bagnasco dove vennero uccise 6 persone, presi ostaggi e 40 capi di bestiame ma non poté essere forzato il castello. Nonostante a Ceva, in mano francese, si attendesse l’arrivo di 400 cavalli e 2.000 fanti di rinforzo, il giorno dopo fu dato l’assalto al castello di Murialdo che si arrese facilmente e i comandanti, conte di Caiazzo e Giovanni Adorno, dopo un’esplorazione dei dintorni, decisero di assaltare anche Castelnuovo. La pioggia e le nebbie però li convinsero a desistere ed a rientrare a Murialdo, dove rimasero acquartierati sino alla fine di marzo. Ripresa l’operazione contro quel comune, i cui abitanti si rifiutarono di arrendersi, asserragliandosi nel castello difeso da alcuni guasconi, ai quali Monsignor di Chiandea da Ceva aveva promesso aiuti. Nelle fasi dell’assalto, Bernardino Adorno, con un corpo di veneti e di albanesi fece una scorreria su Priero e fin quasi alle porte di Ceva. Il castello di Castelnuovo resistette per oltre tre ore disperatamente all’assalto di forze tanto più numerose. Per cinque o sei volte le scale furono appoggiate alle mura dagli assalitori e vennero precipitate al basso ma, alla fine fu aperta una breccia dalla quale i nemici dilagarono all’interno. I soldati guasconi si ritirarono nella torre e, infine, si diedero prigionieri sotto condizione. La terra però fu distrutta[6].

Nell’antico sistema di pievi e chiese della diocesi di Alba, la ecclesia de Montezemulo e Castronovo  risultano essere abbinate, probabilmente perché rette dallo stesso presbitero, risultano anche appartenere alla plebs di Prierio con quelle di Bardineto, Perlo, Murialdo, Osilia, Calizzano[7]. A dimostrazione che il sistema viario portava i cammini per la val Bormida a confluire attraverso il passo fra Murialdo e Castelnuovo (detto di San Giovanni della Langa), in quella dello Zemola con Priero, quasi fosse il fondo valle. Era la direttrice che conduceva agli approdi di Finale, segnata fin dal 1267 dalla domus dei Templari[8] o ad Albenga, attraverso i valichi di Giustenice e Toirano. La chiesa di Castelnuovo è dedicata a S. Maurizio, è posta vicino al castello con accanto il cimitero. Di stile romanico conserva affreschi del XV secolo. A metà ‘800 si costruì quella nuova, posta in centro del paese sulla piazza per maggior comodità della popolazione, quella più antica, con preziosi affreschi, di stile architettonico molto più lineare, è rimasta a servizio del camposanto.



[1]              G. Coccoluto – Organizzazione ecclesiastica, presenza monastica e insediamenti umani: per una cartografia dell’alta Valle Belbo fra XI e XIV secolo – in atti del convegno S. Benedetto Belbo del 27 ottobre 2007.

[2]                     G. Odello, i De Nuceto, i Nuceto di Cavallerleone, i marchesi Ceva di Nucetto, 2009, pg. 88.

[3]              Fu accorpato con Priero durante il ventennio fascista per riacquistare l’indipendenza dal 1947.

[4]                     G. Casalis – Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna.; Enciclopedia dei Comuni d’Italia Il Piemonte paese per paese, vol. II,1994. Le due torri segnalate al castello, non credo lo siano testimoniate da verifiche archeologiche compiute ma le ritengo frutto della tradizione. Peraltro, lo stemma originario del comune, evidenzia un castello con due torri.

[5]                     Come è noto, la contea d’Asti ed il marchesato di Ceva erano finiti agli Orleàns come donazione dei Visconti. I re francesi non solo han sempre rivendicato questo possesso ma non hanno mai nascosto le loro mire anche sul ducato di Milano e Genova. Mentre gli Sforza, subentrati ai Visconti, cercarono a lungo di riappropriarsi di Asti. Questa situazione fu di ostacolo notevole ai Ceva che a loro volta erano investiti sia dai re di Francia, sia dai duchi di Milano.

[6]              G. Manzoni, Ceva e il suo marchesato Note di storia, 2009, pp. 100 e 101; C. Prestipino – Bagnasco appunti di storia, vol. I, pag. 91.

[7]              G. Conterno – Pievi e chiese dell’antica diocesi di Alba in Bollettino S.S.A.A. della Provincia di Cuneo n. 80.

[8]              P. Accame – Notizie e documenti inediti sui Templari e Gerosolimitani in Liguria.

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